Contursi Terme. Portale della cittadina termale nella Valle del Sele


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Terninio

STORIA > Cenni Storici

Scritto contenuto nella tesi di laurea della dott.ssa Giulia Della Pietra
ANTONIO TERMINIO da ContursiLetterato meridionale del XVI secolo-1529 – 1568 –1. Premessa
Oggetto del presente studio è la produzione letteraria di Antonio Terminio da Contursi, rimatore in volgare e autore di versi in latino del medio ‘500, nonché curatore di una raccolta di poemetti in ottava rima per conto dell'editore Gioito di Venezia.Il presente lavoro è andato incontro a non poche difficoltà per il fatto che di tale Autore non possediamo che scarsissime notizie biografiche.Oltre alle sue accertate peregrinazioni per la penisola, che lo videro muovere dalla natia Contursi a Napoli, e da Napoli a Genova e a Venezia e quindi di nuovo a Genova, dove morì in un anno non precisabile,1 l'unico punto fermo sembra essere quello della nascita, che il croce, come vedremo, pone nel 1525 sulla base di alcuni documenti di archivio.Nel frattempo non sono stati scoperti nuovi documenti, né dopo il Croce altri studiosi hanno dedicato la loro attenzione al Terminio. Il nostro lavoro muove pertanto dall'esigenza, avvertita circa settant'anni fa dal Croce, di contribuire, attraverso la lettura diretta delle opere, a mettere <<insieme una buona volta un repertorio di nomi e dati biografici e bibliografici degli scrittori, specialmente dei minori e minimi (compiendo in forma più succinta e pratica quello che il Mazzuchelli iniziò nel settecento)>>.2 in particolare, attraverso il recupero della produzione in latino e in volgare del Terminio, abbiamo ritenuto di offrire un contributo per delineare, per quanto in forma non definitiva e senza pretesa di esaustività, il profilo di uno dei tanti autori “minori” del ‘500 per troppo tempo trascurati e che, nel loro complesso, concorrono insieme ai “maggiori” a determinare il clima culturale di un'epoca.2. La ricostruzione bio-bibliografica di Benedetto Croce
Il breve, ma ancora fondamentale, contributo di Benedetto Croce su Antonio Terminio, rimane, pure dopo tanti anni di distanza, il necessario punto di partenza del nostro lavoro, perché, come avremo modo di verificare, anche gli eruditi locali che dopo di lui sono tornati sull'argomento non solo non hanno apportato nuove notizie, ma spesso hanno introdotto nuovi elementi di confusione.Il saggio del Croce è di poche pagine appena, ma costituisce una conferma ulteriore della sua grande capacità di tracciare con stile insuperabile e con mano sicura dei preziosi profili, che anche quando si possono arricchire di nuovi apporti rimangono sostanzialmente validi.In primo luogo il Croce si preoccupò di stabilire l'anno di nascita del Terminio. Egli aveva rinvenuto nell'Archivio di Stato di Napoli vari documenti relativi ai Fuochi di Contursi per i censimenti svolti negli anni 1533 e 1545. In entrambi i censimenti egli trovava riportati vari nuclei familiari indicati come “di Termine”. Da ciò desumeva che il Nostro non aveva fatto altro, seguendo in ciò il costume diffuso tra gli umanisti, che latinizzare il suo cognome sottoscrivendo le sue opere latine come Terminius e quelle in volgare come Terminio.Nel censimento del 1545, inoltre, trovava citati due giovani di diverse famiglie “di Termine”, entrambi di nome Marcantonio: uno, figlio di Alessandro, che nel 1545 era ventenne (e pertanto nato nel 1525); l'altro, figlio di Paolo, diciannovenne (nato pertanto nel 1526). Il Croce poteva concludere che <<l'uno o l'altro dei quali potrebbe, a stretto rigore, essere il nostro, nel qual caso egli sarebbe nato circa il 1525, se pure la sua famiglia non si era trasferita a Napoli, e perciò non fu mentovata nel censimento>>.3 Quest'ultima affermazione, circa il possibile trasferimento a Napoli dell'intera famiglia, verrebbe a destituire di ogni fondamento i documenti di archivio citati appena prima. Se invece è attendibile la fonte documentale, rimane un piccolo problema circa l'esatto nome del Terminio, che presso gli studiosi oscilla costantemente tra Antonio e Marc'Antonio. Il Croce sceglie senz'altro la prima forma, che è quella attestata sul frontespizio dell'edizione dei carmi latini del 1554, mentre Amato Grisi, erudito locale dell'area di Contursi, che si è occupato del Nostro per ultimo in ordine di tempo sceglie la forma Marco Antonio, senza dare alcuna spiegazione della scelta.4 La questione è indubbiamente di poca importanza, anche se riteniamo opportuno non trascurarla, in quanto l'oscillazione della forma del nome diede origine all'equivoco dell'esistenza di due diversi letterati. Il Toppi, infatti, nella sua Biblioteca napoletana, registrò due volte il nostro autore: sotto la forma Antonio Terminio gli assegna come opere Un discorso della miseria humana e della vera felicità, col sommario della Vita di Giesù Cristo (senza luogo e anno di stampa) e l'Apologia di tre Seggi illustri di Napoli, della quale vengono ricordate sia la prima edizione (Venezia 1581) che la seconda (Napoli 1633). Sotto la forma Marco Antonio Terminio si ricordano le Rime <<nella scelta di diversi signori napoletani, appresso Gioita [sic] 1556 Venezia>> e di nuovo un'edizione dell' Apologia di tre Seggi datata Venezia 1593.5 Nello stesso equivoco sarebbe incorso, seguendo il Toppi, Giusto Fontanini,6 fino a quando loa questione non fu risolta dal Tafuri, che del nostro autore ricostruisce un profilo molto elogiativo, spingendosi che a dire <<che produsse molti componimenti nell'uno e nell'altro idioma, che il recarono al sommo della stima universale ed il posero tra i più chiari letterati del secolo>>.7Superato dal Tafuri il problema dello sdoppiamento di persona, rimane, dopo il saggio del Croce, l'oscillazione nella scelta tra le due forme del nome. Prima del Grisi, ha adottato la forma Marcantonio Stefano Carrai, che nel 1990 ha riproposto un sonetto del Terminio nel contesto di un'antologia dedicata alla tematica dell'invocazione al Sonno.8 Indubbiamente bisognerebbe adottare la forma che si trova registrata sui frontespizi o all'interno delle opere stampate mentre l'autore era ancora in vita. Su questo torneremo più avanti.Ritornando al Croce, possiamo dire che la sua ipotesi circa un trasferimento a Napoli della famiglia del poeta non sembra plausibile, per testimonianza dello stesso Terminio, che in una lunga composizione latina scritta a Napoli e dedicata a Matteo Montenero, facendo l'elogio della sua piccola e amata Contursi, ricorda con affetto e commozione la famiglia rimasta al paese, immaginando che ogni tanto si ricordino di lui. Innanzitutto viene ricordato il padre anziano che, come un vecchio patriarca, non ha mai abbandonato la semplicità della vita agreste, ripetendo ogni anno i lavori campestri che assicurano il raccolto e una discreta prosperità:Quam tranquilla meus genitor nunc ocia ducit? (Dii servent) qua nunc laetitia fruitur?Quem luxu procul urbano ambitione carentemVesana tacitum villula dulcis alit,E tot susceptum tantisq(ue) laboribus aevumIam gravis optato perficit ipse loco,Nunquam Cuponi pomaria amata relinquens;Sive abeant Nactis lumina, seu redeant.9[Quanto tranquilli riposi ora mio padre (gli dei lo conservino) si gode ?Di quale gioia ora si pasce? Egli che tranquillo, lontano dal lusso cittadino, privo di insana ambizione, la dolce casetta custodisce. Egli stesso ormai anziano portò a compimento nel luogo desiderato l'esistenza cominciata da tante e così grandi fatiche, mai lasciando gli amati giardini del Cupole, sia che tramontino le stelledella notte, sia che rispuntino.]Questa elegia Ad M. Montenigrum ianuensem è molto importante come documento biografico, perché non solo conferma che la famiglia del poeta rimanesse a Contursi, ma ci informa anche sulla composizione del nucleo familiare. Apprendiamo così che il Terminio aveva un unico fratello maschio di nome Giuseppe, ancora in tenera età, al quale il padre racconta gli episodi della Sacra Scrittura e le favole dei poeti:Interdum praecepta aperti santissima VatumFratri, parvus adhuc qui mihi et unus adest:Quo pacto ad Nili iuvenis pulcherrimus ille,Nomine cui par est, venerit imperium; (vv. 223-226)[Talora spiega i santissimi comandamenti dei Profeti al fratello, che è a me ancora piccolo e unico: in che modo quel bellissimo giovane (egli ha lo stesso nome [Giuseppe]) fosse giunto al comando del Nilo…].mentre più avanti si legge il ricordo di due sorelle di nome Camilla e Deianira (vv. 245 e sgg.) e infine la famiglia riunita al completo che ricorda il giovane Antonio lontano:Tum de me forsan longo sermone requirunt,Ut vivam? Quid amem? Quid faciam? Ut valeam?An nunc quinque mihi peragantur lustra? Feruntq(ue)Aetatis memores tempora prima meae.Et sic iucundos concordi pectore somnosAccipiunt claros praetereuntq(ue) dies. (vv. 255-260)[Allora forse si interrogano su di me con lungo discorso : comeio viva, chi ami, cosa faccia, come stia in salute. Ora non sonostati vissuti da me cinque lustri? e ricordano memori i primianni della mia vita. E così con animo pacificato accolgono il sonno ristoratore e trascorrono giorni sereni.]I Carmina del Terminio furono stampati nel 1554 e il poeta dice che in quel momento (nunc) era arrivato al venticinquesimo anno di vita (quinque peragantur lustra). A questo punto la data di nascita non dovrebbe essere più il 1525 bensì il 1529, oppure bisogna ritenere che il poeta avesse composto questi versi intorno al 1550 e li avesse stampati qualche anno dopo.Per concludere provvisoriamente sul contributo del Croce, osserveremo che qualche imprecisione sulla vita e sulle opere del Terminio può essere corretta alla luce della lettura diretta delle rime e dei Carmina, anche se le sue pagine rimangono un capitolo insostituibile nella breve storia della fortuna critica del Nostro.AD M. MONTENIGRUMIANUENSEMQuid mihi tu inge(n)tes populos aedesq(ue) superbasObiicis et patriae moenia celsa tuae ?Illa quidem belli studio navalis opu(m)q(ue)Vi praestans, tuto stat speciosa situTyrrheniq(ue) Sali tanquam Regina per orbem 5Diffudit laudes invidiosa suas.Illius immensas late impacatus AraxisPersensit vires et gelidus Tanais,Ut sileam Alphaeae quot bella immania Pisae, Aemulaq(ue) Adriaci littora pertulerint 10Quaeq(ue) illam potior sublimibus intulit astrisGloria praeclaris floruit usque viris.Quis tot Fulgosios, Dorias enarret, AdurnosTotq(ue) alios fortes corde manuq(ue) Duces ?Quos inter celebranda tuae sunt nomina gentis, 15Monteniger: longa dignum opus istoria.Haec nos magna quidam Fortunae dona fatemurDucere spectatum nobili in Urbe genus.Non tamen oppidulo susceptas papere cunasDescipere omnino fas humilesq(ue) casas. 20Tales Fabricius coluit, gens Aelia tales,E tali Cicero est editus et Marius.Et dumis Ithaca et nudis asperrima saxis,Vix erat armentis commoda <...........>,At Laerte satum nec munera summa nec agri 25Felices pulchrae detinuere Deae.Non captus blandus Sirenum cantibus illeConstitit aut genitae Sole veneficiis.Non potuit Pheacum inter convivia lautaEt lusus patrios ellere mente lares. 30Quisque suae tacita rapimur dulcedine terrae :Ingenua haec sempre pecora cura movet.Utcunque est, quo prima solo vestigia fixi,Matris ubi arridens ubera prima bibi,Haud ausim ipse meis praeferre penatibus omnes 35Urbis divitias delitiasq(ue) tuae.Me Lucanorum genuit Contursia tellusAntiqui servans nomen adhuc populi ;Nanque Ursentinos solita est memorare vetustas,Qui quondam nostros incoluere locos. 40Multaq(ue) testantur passim movimenta per agros,Quum tot disiectas obruat herba domos.Dum saecla auriferi viguerunt candida RegisSparsim campestres ii tenuere focos.At postquam fera tela Iovis belliq(ue) tumultus 45Venere, incensis Eumenidum facibus,Aprici collis triplici mox culmina muroCinxere extructis turribus umanimes,Cui Silarus gelidis radices perluit undis.Non alter Silaro clarior e fluvijs 50Quodq(ue) stupent prisci, ramos lapidescere in amne:Ripa docet topho conglaciata rudi.A tergo, haud procul hinc, Boreas qua nubila pellit,Exerit Hirpino monte caput vitreum,Ast in conspectu nostriq(ue) in limite campi, 55Cum nigra iungit foedera chara suaOlim sylvicolae nutrita in valle Dianae,Oderat oblatos Nympha parente toros,Et dum virgineas linquit pudibunda choreas,Lenta diu altricis delituit gremio. 60Speluncam tandem furtivis ducta sub altamCallibus, incomptis prodiit atra comisAtque atro praecincta (hinc nomen traxit) amictu,Ducebat nigra vellera nigra colo.Ut vero sceptrumq(ue) potens formamq(ue) mariti 65Egregiam sensit iussaq(ue) certa patris,Primum ibi solemnem praerupti marmoris aramSacraq(ue) dilectae constituit dominae,Dein sumptis animis magnoq(ue) impulsa fragoreSecum Naiadas mille superba vehit. 70Quam Silarus laetis occurrens vestibus ornatComplexam et lato collocat in thalamoPraebentur nostris pulchra haec spectacla fenestris;Nosq(ue) illis canimus saepe, Hymenaee Hymen.Saepe illis, rabidi dum sol coquit ora Leonis, 75Libamus liquido cymbia plena mero,Gratum populea captantes frigus in umbra,Et somnos crepitans quos movet unda leves.Tum si collibeat vitare salubrius aestumFerventesq(ue) dies dulcius extrahere 80Ad sua me invitat blandus solatia, sacrosCuponi ad fontes atque vireta pater.Cuponum patrio sub colle existit amoenum,Qua medio titan librat in orbe rotas.Non ingens fundus, verum bene cultus, avitus, 85Proximus urbanae conspicuusq(ue) domo.Arboribus sepes illum densissima cingit,Quae Phaebo gratae sunt magis ac Paphiae.Et quarum inventrix fertur Tritonia Pallas.Pallescit pinguem sylva et opacat humum, 90Ut, quum bacca olidis fuerit contusa trapetis,Plurimus intorto manet ab axe liquor.Hic dum bruma riget, seta suspensus equinaTurdus obit, structas lapsus in insidias.Uvida pampineis redimitus tempora sertis 95Hic sua largitur munera laeta Deus.Musta lacu fervent, quae non cessura Falernis.Condit odoratis cella referta cadisPlurima perq(ue) trabes Bumastus passa racemosContinet, haud quales Anacreonta necent. 100Poma quid hic refera(m)? sunt quae longinqua DamascusQuaeq(ue) gravi Persis misit iniqua dolo.Quanta soli vis est: illic loetale venenumQuod fuerat, dulci hic ora sapore iuvat.Quid quae Cressa Cydon dedit? quae Punica tellus? 105Sive plaga Cereris filia ab Elisia?Quaeq(ue) tulit Ponti Victor Lucullus ab urbe?Queq(ue) tenent caedis Pyrame signa tuae ?Hic sorba, hic acrem servantia corna ruborem ;Omnigenum malum hic, omnigenumq(ue) pirum. 110Hic ficus bifera pendent ex arbore, colloLanguenti, lacera veste, graves lacrimis.Quam iuvat hinc tenui deceptam prendere filoQuae gemat et patula clune nitescat avis,Mox praedam longa praefixam in arundine ad urbem 115Portare et gratas inde parare dapesQuos(ue) prius calathis cistave ancillula fructusVectarit nitidis exposuisse toris.Hinc in vimineas hyberna obsonia cratesSiccanda aestivis solibus excipere. 120Post ubi crebescunt aurae, deferbuit ardor,Et maior summis iam cadit umbra iugis,Quam pulchrum lentis hortensia visere donaPassibus ? haec etiam noster agellus habet.Vix tot Deliolis (segum licet aurea sedes) 125Vix tot sunt hortis commoda Corycijs :Per medium leni strepitans it murmure rivus,Cuius non unam conferat usus opem.Muscoso octipedes capiuntur fornice Cancri,Qui Rhombum sapiant Carpathiumve Scarum 130(Quanquam laudatis longe celeberrima praestetOmnibus e Silari Trocta petita vadis)Quodq(ue) tegit picto distinctum margine pratum,Deducto sitiens imbre rigatur olus.Rubra [ruba] hic non desunt fletumq(ue) moventia coepae 135Alliaq(ue) : o duri prandia Ruricolae !Non quae nobilium praefert lactucula caenasQuaeq(ue) salax segnes excitat herba viros ;Non, et quae nostras repetit gratissima mensas,Brassica, Thyrsigero sic odiosa patri, 140Non ferrum horrescens longaevo gramine MenthaRutaq(ue) serpentes atque Aconita fugans.Et molles Betae nascuntur Intuba lateCandida quiq(ue) iuvant lumina Foeniculi.Hic teneri Cucumes gravidumq(ue) Cucurbita ventrem, 145Sive sator voluit, brachia longa ferens,Nec non potanti mire Pepo gratus IacchoEt Cinara hirsuto vertice densa viretEt quae Romanus parvum torrebat ad ignemQuum Samnis aurum rettulit attonitus. 150 Auri sacra fames, quis te tam dirus adegitIn nostrum infernis sedibus exitium ?Quot curis heu mortales letalibus aegrosTu premis infandis persequerisq(ue) malis.Tu immensum turbas orbem discordibus armis, 155Eijciens (facinus) numina cuncta procul.Nam quo cana Fides cessit ? Rectumq(ue) Pudorq(ue) ?Quo Iura Aequumq(ue) heu ? sanctaq(ue) Relligio ?Integros ubi nunc Curios rigidosq(ue) CatonesCernimus et puros moribus Aemilios ? 160Quid dicat Bimaris contemptor Mummius urbis,Si aurato videat vase inhiare virum?Nonne sitim vitro melius restinguere possis,Ni placeant palmis pocula sumpta cavis?Non Agathoclaea ponet tibi rectius alba 165Sedulus argilla fercula opima puer ?Ah, si nolimus naturae excedere fines,Quam bene magnificas negligeremus opes!Hic qui Sidonico incedit spectandus in ostro,Sub quo fraena ferox aurea mandit equus, 170Atria cui Phrygiis fulgent spatiosa tapetis;Quiq(ue) auro et gemmis stragula picta premit,Num potior tristes depellet corpore morbosTutior aut fatum fugerit ante celer,Quam, qui frigoribus togula defenditur hirta, 175Ut Siculus magnum iussit habere Iovem.Quiq(ue) vel in viridi securus gramine dormit,Vel fragili sternit forte latus stipula.Cogimur ire eodem omnes. Nox eadem manet omnes :Ditis in exiles sors rapit una domos. 180Quid Croesum aut morsam colubris opulentia iuvit ?Quin Iro extiterint atque Hecale comites?Felix qui parvo contentus tempora vitaeInnocuus potuit degere laeta suae.Quam tranquilla meus genitor nunc ocia ducit? 185(Dii servent) qua nunc laetitia fruitur?Quem luxu procul urbano ambitione carentemVesana tacitum villula dulcis alit,E tot susceptum tantisq(ue) laboribus aevumIam gravis optato perficit ipse loco, 190Nunquam Cuponi pomaria amata relinquens;Sive abeant Noctis lumina, seu redeant.Et modo foecunda delectum ex arbore ramumImmittit, cuneis qua via, degeneri ;Et modo designat quae sit ducenda propago, 195Qui palmes curva falce secandus iners.Hinc cogi in fasces mandat sarmenta, daturosPer faciles ignes, aspera ubi adsit hyems.Vimine tum lento rectam cum robore vitemAlligat et molli brachia flexa sinu. 200Tum si luxuriant nimium vineta repente Pampinat et turbam digerit arte vagamScilicet ut natis maiora alimenta ministret,Nec doleat spisso pressa nepote parens,Cui (quoties germen floremque eduxit et uvam) 205Ter findi curat dente ligonis humum.Quum vero imbutis clausa est vindemia testisdeponiti(ue) suas iam nemus omne comas,Festinat laqueis exolvere crura recisis,Ut firmi valeant tendere ad ima pedes. 210Infodit hinc, viridem gaudens teneramq(ue) renasci,Quae tremulum tollit garrula Canna caput.Inde oleas circum fossas inducier altasPraecipit ; immundus quas fimus exaturet.Denique nulla quies operi, dum volvitur annus ; 215Nulla voluptates terminat hora suas.Haud etenim hinc quaestum quaerit sumptumve remittit,Sed curae est quaedam regula perplacidae.Non nunquam glauco dum tondet crine salictum, Quem celeri carpit turba operosa manu, 220Comoedi argutos gestis narrare leporesQuaeq(ue) vir informi finxerat ore niger.Interdum praecepta aperti sanctissima VatumFratri, parvus adhuc qui mihi et unus adest:Quo pacto ad Nili iuvenis pulcherrimus ille, 225Nomine cui par est, venerit imperium;Quod castus dominam vitat captivus et atroCarceris in limo Somnia clara facit.Mox Regi reserat pavitanti arcana Deorum,Quid bis septenae Bosq(ue) et arista notent. 230Quo pacto, coelum petere audens, digna TyphoeusSupplicia Aegaeonq(ue) Enceladusq(ue) dedit ;Ut multo ulciscens Ledaeae milite raptum,Confecit summa Graecia clade Asiam.Hinc Anchisiadae errores irasq(ue) recenset 235Pelidae, saevam Tantalidiq(ue) domum. Hinc pacata Numae violentaq(ue) regna Quirini,Et Bruti fasces Tarquinijq(ue) fugam,Tercentum Fabios caesos belloq(ue) potentesScipiadas diramq(ue) Annibalis rabiem ; 240Inq(ue) suum ut versa est, quum iam ditione teneretEt maria et terras, ardua Roma caput.Sic agitat magnas pestis miserabilis urbesSeditio : certus Ianua testis erit.Advocat interdum geminam cum matre sororem 245vernat ubi ac duro est terra soluta gelu.Dumq(ue) legunt flores natae: Caltham atque Ligustru(m)Lilia et albentes alba Camilla rosas:Narcissos, violas, Hyacinthos, atque Amaranthos,Purpureasq(ue) rubens Deianira rosas ; 250Hisq(ue) exornatae crines pectusq(ue) NapaeasContendunt propiis vincere muneribus :Ii veteres memorant flammas sub roremarino,Qua vaga sub laeto sole sussurrat apis.Tum de me forsan longo sermone requirunt, 255Ut vivam? quid amem? quid faciam ? ut valeam ?An nunc quinque mihi peragantur lustra ? feruntq(ue)Aetatis memores tempora prima meae.Et sic iucundos concordi pectore somnosAccipiunt claros praetereuntq(ue) dies. 260Dumq(ue) illis modico frumenta reponat acervo,Et cicer, pisum nobile, Plana ferax.Plana ferax nostris Cereri gratissima in oris ;Et veneranda aris Termine sancte tuis.Termine cum summo communia templa tonante 265Sunt tibi, tu servas rura, regis populos:Tu magnum Numen nobis tua nomina praebes ;Nos tibi serta, favos, liba, precesq(ue) damus,Dum non argenti loculis sestertius absit,Quo sale durandus sus queat ater emi ; 270Nec bene conditas suavi salsugine olivasCerula Campano deneget urna luto.Contemnunt saturi messes quascunque perustisAppulus ex arvis colligit atque LybisQuicquid et auriferis Tagus et Pactolus arenis, 275Ripaq(ue) gemmiferi quicquid Idaspis habet.Nec preziosa optant Phario quae tollat OsyriMercator dubia per freta longa rate.Nec curant quo scentra cadano: num Gallus atroce(m)Turcam iterum in miseram convocet Italiam? 280Num depressa iugo solvat Florentia collum?An ne Senae gravius servitium subeant?Num Corsi vestra recipi iam classe rebellesPossint? Hac illi speq(ue) metuq(ue) vacant.Nec tangunt ea me quicquam, qui imbellis Amores 285Et Musas cantu prosequor et cithara.Exiguus voti, per laeta silentia vitamVivo, expers odii, censor et ipse mei.Me nitidi fontes atque umbra lucus opacaMe lauri oblectant et virides hederae. 290Me Sulmonenses elegi Venusinaq(ue) raptatBarbitos ; studia haec me leviora iuvant.Tu vero atque urbes atque alta palatia summis,Matthaee, incolito concelebrata viris.Tu docti assidue chartas evolve Platonis 295Et cape facundis dogmata Rethoribus,Ut mox ad magnos Reges orator iturus,Resq(ue) altas possis cultaq(ue) verba loqui.Tu rerum causas penitus cognosce latentes,Ut stupeant Ligures, te referente, Patres. 300Mi satis est, si forte meos Acheloidis almaeNon aspernentur sacra sepulchra modos,Dum rigidam leni quaero mollire CupillamVersiculo, quae me sola beare potest.Nempe ut dissimiles pecudumq(ue) hominumq(ue) figurae 305Spectantur, sua sic gaudia quenque trahunt.A MATTEO MONTENEGROGENOVESEPerché tu mi opponi i poderosi scogli e le dimore superbe e le alte mura della tua patria? Essa, certo, essendo eccellente nell'arte della guerra navale e per il vigore delle ricchezze, si erge ammirevole in luogo sicuro e come una regina del mare Tirreno diffonde per il mondo le sue lodi invidiabili.Da lontano si accorse delle sue forze smisurate l'impetuoso Arasse e il gelido Don, per tacere quante guerre sanguinose mossero a Pisa Alfea e ai lidi rivali dell'Adriatico e quale gloria più potente la innalzò alle stelle sublimi, fu sempre fiorente di uomini illustri.Chi potrebbe raccontare dei tanti Fregoso, dei Doria, degli Adorno e di tanti altri dogi forti di animo e di mano? Tra questi devono essere celebrati i nomi della tua stirpe, o Montenegro: opera degna di lunga storia.Invero diciamo questi essere grandi doni di Fortuna e cioè il derivare la stirpe ragguardevole in una nobile città.Tuttavia non è lecito spregiare del tutto la culla ricevuta e le case modeste in povero paesello. Tali (modeste origini) venerò Fabrizio, tali la stirpe degli Elii, da simile (paesello) fu generato Cicerone e Mario.Anche Itaca, aridissima di cespugli e di nude rocce, era appena adatta agli armenti <…..>, ma né i grandi doni né i fertili campi della bella dea trattennero il figlio di Laerte. Egli non si fermò rammollito, attratto dai canti delle Sirene o dai sortilegi della figlia del Sole. Non potè tra i sontuosi conviti e i giochi dei Feaci cacciare dalla memoria i lari della patria.Ciascuno è avvinto dalla segreta dolcezza della propria terra: questa sempre commuove i cuori sinceri. Comunque sia, su qualunque terreno stampai le prime orme, dove succhiai sorridente il primo latte della madre, non oserei io stesso anteporre ai miei penati tutte le ricchezze e le raffinatezze della tua città.Me generò la terra contursina dei Lucani, che ancora serba il nome dell'antica popolazione; l'antichità infatti è solita nominare Ursentini coloro che in antico abitarono le nostre contrade. E molte vestigia qua è là per i campi lo attestano, sebbene la gramigna ricopra tanti palazzi diroccati. Finchè durarono gli innocenti secoli del re portatore di oro [Saturno], quelli abitarono in forma sparsa rustici focolari. Ma dopo che vennero i crudeli dardi di Giove e i tumulti di guerra, essendo divampate le fiaccole delle Eumenidi, unanimemente, costruite le torri (di difesa), cinsero con triplice mutazione le cime del colle aprico, al quale bagna le radici il Silaro con gelide correnti.Tra i fiumi non ve n'è altro più famoso del Silaro e, ciò di cui si stupirono gli antichi, nell'acqua i rami si pietrificano: lo dimostra l'argine solidificato in scabro tufo.Alle spalle, non lontano da qui, là dove Borea allontana le nubi, era uscita la sorgente cristallina nel massiccio Irpino, ma in vista del limitare della nostra pianura stringe i suoi cari nodi <56-58> e mentre pudibonda abbandonava le danze verginali, paziente si nascose a lungo nel grembo della nutrice. Infine, condotta nella profonda grotta per segreti sentieri, venne fuori vestita a bruno con le chiome scarmigliate e coperta di un velo nero (da qui derivò il nome) filava nere lane con nera conocchia. Appena poi conobbe lo scettro potente e la egregia bellezza del marito e i risoluti comandi del padre, dapprima stabili in quel luogo un solenne altare di marmo spezzato e i riti sacri alla diletta padrona; dipoi, ripreso coraggio e spinta da un gran fragore, porta altezzosa con sé mille Naiadi. Silaro, andando in contro a lei, la ricopre di abiti sfarzosi e dopo averla abbracciata la fa stendere sullo spazioso talamo.Questi piacevoli spettacoli sono offerti alle nostre finestre e noi più volte cantiamo a loro “Imeneo, Imeneo”. Spesso, mentre il sole del rabbioso Leone brucia le contrade, libiamo in loro onore con nappi colmi di liquido vino, mentre godiamo una gradita frescura nell'ombra dei pioppi e i sonni che favorisce la lieve corrente mormorante.Allora se faccia piacere più utilmente evitare il caldo e più dolcemente trascorrere i giorni caldi, il placido padre mi invita ai suoi refrigeri, presso le sacre sorgenti e i saliceti del Cupole [?]. Sotto il patrio colle sorge l'ameno Cupole [?], dove il sole tiene sospese le ruote a metà del suo corso. Il terreno non (è) vasto, ma ben coltivato, ereditato dagli avi, vicino e visibile alla casa urbana. Lo circonda una siepe assai folta con alberi che sono più grati a Febo e a Venere e dei quali viene tramandata come scopritrice Pallade Tritonia. La selva diventa più chiara e rende ombroso il grasso terreno, quando, dopo essere stata schiacciata la bacca [l'oliva] dai frantoi odorosi, abbondante olio gocciola dall'asse rivoltato intorno a sé.Qui, mentre la bruma si gela, imprigionato dalla setola equina muore il tordo, dopo essere caduto nelle trappole ben preparate.Qui il dio, cinto le tempie gocciolanti di corone di pampini, dispensa i suoi lieti doni. Nel tino ribollono i mosti, che non cederanno ai vini Falerno. La cantina ricolma di catini profumati ne racchiude moltissimi e l'uva bumasta maturata sui rami conserva grappoli, quali non ucciderebbero Anacreonte.A che ricordare qui i frutti? Vi sono quelli che la lontana Damasco, e per giunta iniqua, mandò ai Persiani con crudele inganno. Quanta forza ha il sole: quello che lì era stato mortale veleno, qui allieta il gusto con dolce sapore. A che quelli che (produce) la cretese Bidone, quelli che la terra di Fenicia, o dalla contrada di Eliso la figlia di Cerere e quelli che riportò Lucullo vincitore dalla città del Ponto? E quelli che, o Piramo, conservano i segni della tua morte? Qui (ci sono) i sorbi, qui le corniole che conservano la piccante erubescenza; qui (c'è) il melo di ogni specie e il pero di ogni specie. Qui, dall'albero che produce due volte (all'anno), pendono i fichi dallo stelo curvo, con la buccia screpolata, gonfi di lacrime. Quanto piace di qui catturare, dopo averlo ingannato, con filo sottile un uccello che gema e sia notevole per l'ampio codrione, e subito dopo portare in città la preda infilzata su una lunga canna e quindi preparare le mense gradite ed esporre su lindi ripiani i frutti che precedentemente ha portato la fanciulla con panieri o con la cesta. Di qui raccolsero i cibi per l'inverno su graticci di vimini perché fossero seccati dai soli estivi. Poi quando si rinforzano i venti, si è acquietato il calore, e ormai dalle cime dei monti scende l'ombra più grande, quanto è piacevole osservare a lenti passi i doni dell'orto! Questi anche offre il nostro campiello. A stento tante opportunità hanno gli orti di Delo (per quanto sia felice dimora di re), a stento gli orti di Corico: in mezzo vi scorre il fiume mormorante con leggero sussurro, la cui utilizzazione produce non una sola risorsa. Nell'ansa muscosa vengono catturati granchi dagli otto piedi, che hanno il sapore del rombo o dello scaro carpatico (sebbene di gran lunga assai celebre sopravanzi tutti i pesci rinomati la trota catturata dalle onde del Silaro) e dopo che ricopre un prato separato da un margine variopinto, deviata la corrente, viene irrigato l'orto desideroso di acqua. Qui non mancano le more e le cipolle che causano il pianto e gli agli: o cibi del vigoroso contadino! Non la tenera lattuga che preferisce le cene dei nobili e l'erba afrodisiaca che eccita gli uomini fiacchi, non il cavolo, così in odio al padre Tirsigero [Bacco], sebbene questo assai gradito giunga alle nostre mense, non la menta dallo stelo longevo che ha orrore del ferro, e la ruta che tiene lontani i serpenti e gli aconiti. Anche vi nascono abbondantemente morbide bietole e candide invidie e finocchi che giovano alla vista. Qui i teneri cocomeri e la zucca dal ventre rigonfio, che stende le lunghe braccia, se lo ha deciso il coltivatore, nonché vigoreggia il popone assai gradito a Bacco mentre beve e il carciofo folto dalla punta spinosa e che il romano faceva arrostire a un piccolo fuoco, quando il Sannita sbigottito restituì l'oro. Esecranda fame dell'oro, chi tanto crudele ti mosse dalle sedi infernali alla nostra rovina? Con quanti affanni letali, ahimè, tu opprimi i deboli mortali e li perseguiti con indicibili mali! Tu sconvolgi la terra immensa con eserciti in contrasto, scacciando lontano (quale delitto!) tutti gli dei. Per quale causa infatti si allontanò la candida Fede? E la Rettitudine e il Pudore? Perché il Diritto e l'Equità, ohimè? E la santa Religione? Dove vediamo ora i Curii e i severi Catoni e gli Emilii puri nei costumi? Cosa direbbe (Lucio) Mummio dispregiatore della città posta su due mari [Corinto], se potesse vedere un uomo restare a bocca aperta per un vaso dorato? Non potresti forse meglio placare la sete con un bicchiere di vetro, se non ti piacciono le bevande raccolte con il cavo delle mani? L'operoso schiavetto non ti porrà davanti più giustamente ricche portate in bianca argilla agatoclea? Ah, se non volessimo oltrepassare i confini della natura, quanto giustamente disprezzeremmo le magnifiche ricchezze!Costui che, per farsi ammirare, si mostra (avvolto) nella seta di Sidone, sotto il quale un focoso destriero morde freni di oro, per il quale gli atrii spaziosi risplendono di tappeti di Frigia, e che si siede su drappi variopinti di oro e di gemme, forse che più potentemente allontanerà dal corpo le tristi malattie, oppure rapidamente fuggirà davanti al destino più sicuro di colui che si difende dal freddo con una piccola toga grossolana, così come il Siculo[?] comandò che l'avesse il grande Giove, e che o dorme tranquillo sulla verde gramigna o stende il fianco vigoroso sulla fragile paglia?Tutti siamo costretti ad andare al medesimo luogo. La medesima notte sovrasta tutti: un'unica sorte ci trascina alle squallide dimore di Dite. In che cosa la ricchezza aiutò Creso o colei che fu morsa dai serpenti [Cleopatra]? Che forse sono sopravvissuti i compagni di Iro e di Ecale? Felice colui che, contento del poco, potè trascorrere innocente il felice tempo della sua vita. Quanto tranquilli riposi ora mio padre (gli dei lo conservino) si gode? Di quale gioia ora si pasce? Egli che tranquillo, lontano dal lusso cittadino, privo di insana ambizione, la dolce casetta custodisce. Egli stesso ormai anziano portò a compimento nel luogo desiderato l'esistenza cominciata da tante e così grandi fatiche, mai lasciando gli amati giardini del Cupole, sia che tramontino le stelle della notte, sia che rispuntino. E ora innesta un ramo scelto da un albero fecondo a uno sterile, per dove la via (si apre) con i cunei; e ora stabilisce quale propaggine sia da stendere (a terra) e quale ramo secco sia da potare con la curva falce. Di qui comanda di stringere in fascine i rami secchi, che saranno posti per i pronti fuochi appena sia presente il freddo inverno. Talora con flessibile vimine lega dritta la vite con il rovere e i rami incurvati in curva ondeggiante. Talora se le viti troppo vegetano, subito le sfronda ed aggiusta con arte la folla disordinata (di pampini), perché in tal modo somministri maggiore nutrimento ai figli, né l'oppressa genitrice (la vite) si dolga per i troppo frequenti nipoti (tralci), per la quale si preoccupa (quante volte spuntò la gemma e il fiore e l'uva) che tre volte sia scavato il terreno con il dente della zappa. Quando poi la vendemmia è riposta nelle anfore colme e tutto il bosco ormai perde le sue chiome si affretta a sciogliere i ceppi dai lacci che sono stati tagliati, in modo che i piccioli robusti abbiano il vigore di dirigersi alle profondità (del terreno). Di qui interra, godendo che rinasca verde e tenera, la canna loquace che innalza la cima omdeggiante. Quindi dispone che siano scavate intorno agli ulivi profonde fosse che il maleodorante letame ricolmi. Infine, mentre l'anno trascorre, non (c'è) alcuna tregua al lavoro, nessuna ora pone termine ai suoi piaceri. Infatti da qui non ricerca il guadagno o rimette la spesa, ma vi è una qualche regola alla placidissima preoccupazione.Spesso, mentre sfoltisce il salice nella glauca chioma, che la squadra operosa raccoglie con mano lesta, eccolo narrare argute amenità con gesti di attore e con la bocca deformata (eccolo narrare) quelle cose che l'uomo nero aveva inventato.Talora spiega i santissimi comandamenti dei Profeti al fratello, che è a me ancora piccolo e unico: in che modo quel bellissimo giovane (egli ha lo stesso nome [Giuseppe]) fosse giunto al comando del Nilo [Egitto]; perché egli casto rifiuti la padrona pur essendo uno schiavo e nel nero sudiciume del carcere fa splendidi sogni. Subito rivela al re spaventato gli arcani degli dèi, che cosa significano i quattordici buoi e le quattordici spighe.In che modo, osando assalire il cielo, Tifeo ed Egeo ed Encelado pagarono un degno supplizio; in che modo la Grecia, vendicando con grande esercito il ratto della figlia di Leda [Elena], distrusse l'Asia con strage immane. Quindi narra le peregrinazioni del figlio di Anchise e le ire del Pelide, e la sanguinaria casa del figlio di Tantalo. Poi il pacificato regno di Numa e quello violento di Romolo, e le scuri di Bruto e la fuga di Tarquinio, i trecento Fabi uccisi e gli Scipiadi potenti in guerra e la crudele rabbia di Annibale; e come l'ardua Roma, quando ormai teneva in dominio e mari e terre, si rivoltò contro il suo capo. Così la sedizione, miserabile peste, sconvolge le grandi città: Genova ne sarà testimone veritiero.Talvolta invita le due sorelle insieme alla madre, appena ritorna primavera e la terra è liberata dal duro gelo. E mentre le figlie raccolgono fiori: la calta e il ligustro, e i gigli e le rose splendenti la candida Camilla; i narcisi, le viole, i giacinti e gli amaranti e le rose purpuree la rossiccia Deianira; e con questi adornate i capelli e il petto gareggiano a superare le Napee con le loro bellezze. Essi ricordano le antiche fiamme sotto il rosmarino, dove l'ape vagante ronza sotto il sole splendente. Allora forse si interrogano su di me con lungo discorso: come io viva, chi ami, cosa faccia, come stia in salute. Ora non sono stati vissuti da me cinque lustri? e ricordano memori i primi anni della mia vita.E così con animo pacificato accolgono il sonno ristoratore e trascorrono giorni sereni, purchè la fertile Plana faccia loro accumulare in modico mucchio il frumento, e i ceci e il rinomato pisello. La fertile Plana gratissima a Cerere nelle nostre contrade e degna di essere venerata, o santo Termine, sui tuoi altari.O Termine in tuo onore vi sono templi in comune con il sommo tonante [Giove], proteggi tu i campi, guida i popoli; tu, possente Nume, offri a noi la tua denominazione; noi ti offriamo corone, favi di miele, libagioni e preghiere, purchè non manchi alle cassette un sesterzio d'argento, con il quale possa essere comprato un maialino da conservare nel sale; né la brocca cerulea di argilla campana neghi le olive bene insaporite nella fragante salsedine.Essendo appagati disprezzano tutte le messi che l'abitante di Puglia raccoglie dai campi riarsi e qualunque cosa (raccoglie) la Libia e il Tago e il Pattolo dalle sabbie aurifere e qualunque cosa possiede la riva del gommifero Idaspe. Né desiderano le cose preziose che il mercante porta via a Osiride egizia attraverso lungo tratto di mare con la nave esposta ai rischi. Né si preoccupano di dove precipitino i regni: il Gallo [la Francia] congiura di nuovo il Turco contro la misera Italia? La misera Firenze libera il collo dalla schiavitù? O forse Siena subisce più pesante dominio? I ribelli di Corsica possono ormai essere accolti nella vostra flotta? Colà essi sono liberi di speranza e di timore. Per niente queste cose toccano me, che disarmato coltivo gli amori e le Muse e con il canto e con la cetra. Privo di desiderio, trascorro la vita in lieta tranquillità, privo di odio, e io stesso (sono) giudice di me. Mi dilettano sorgenti cristalline e un bosco dall'ombra opaca, i lauri e le verdi edere. Mi rapiscono le elegie sulmonesi [di Ovidio] e la cetra venosina [di Orazio]; queste più leggere occupazioni mi piacciono.Al contrario, tu, o Matteo, abiterai e le città e i sontuosi palazzi frequentati da uomini potenti. Tu assiduamente svolgi le carte del dotto Platone e apprendi le dottrine dai retori fecondi, in modo che presto, andando come ambasciatore presso potenti Re, possa riferire affari importanti e parole ornate. Tu sforzati di conoscere profondamente le cause nascoste delle cose, in modo che, mentre parli, si stupiscano i senatori Liguri. A me basta, se per caso i sacri sepolcri della gloriosa figlia di Acheloo non rifiutino i miei versi, mentre cerco di piegare con un tenue versetto la scontrosa Pupilla, che, sola, può rendermi beato.In realtà come si osservano figure diverse e di animali e di uomini, così le proprie gioie trascinano ognuno.

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